GRANDI DIMISSIONI, ANCHE LA PA È A UN BIVIO: È L’OCCASIONE PER CAMBIARE IL LAVORO PUBBLICO

GRANDI DIMISSIONI, ANCHE LA PA È A UN BIVIO: È L’OCCASIONE PER CAMBIARE IL LAVORO PUBBLICO

Il fenomeno delle grandi dimissioni non riguarda solo il privato: comincia a intaccare anche la logica del posto fisso. Tra le principali fonti di malessere, la gestione dello smart working da parte dell’ultimo governo. Un disagio che può essere occasione per riprogettare modelli organizzativi, welfare, retribuzioni.

La Pubblica Amministrazione italiana non è esente da questa sindrome che non è solo presente, ma per certi versi persino molto preoccupante.

La maggior parte dei decisori pubblici sembra faticare a comprendere questo fenomeno e la sua urgenza. Di lavoro pubblico non si parla, al più ci si illude che sia semplicemente una questione di soldi, che basti assumere nuove persone, procedere al ricambio generazionale introducendo profili con competenze avanzate da contendere al settore privato. Quanto questa visione sia limitata e illusoria lo dimostrano gli esiti non certo lusinghieri dei bandi di reclutamento per alte professionalità promossi dal Ministero della Pubblica Amministrazione anche al sud.

Il crollo del livello di benessere ed engagement dei lavoratori è lo specchio di un fenomeno che, se non innescato, è stato certamente accelerato dalla pandemia. Con la pandemia è come se le persone fossero state catapultate fuori dalla propria area di confort: il lavoro era vissuto da molti dipendenti pubblici come una pantofola logora a cui ci si era però abituati. La routine, i rapporti gerarchici, i luoghi stessi di lavoro, sclerotizzavano routine che fungevano come una sorta di anestetico alla fatica e all’insoddisfazione.

L’abitudine e l’illusione di sicurezza del “posto pubblico” creavano come un muro davanti ai loro occhi. Per molti lavoratori questo muro si è sgretolato: l’ansia per la salute propria e delle proprie famiglie, l’incertezza legata alla instabilità politica ed economica hanno dimostrato quanto fragile e illusorio fosse quel muro di pretese certezze.
È indubbio che alla base di questo stato malessere psicologico ci siano anche fattori contingenti: la pandemia in particolare ha sicuramente generato importanti disagi e acuito problematiche pregresse riguardanti numerosi aspetti della vita delle persone, incluso il lavoro. Ma nel settore pubblico tra le cause di malessere vanno anche annoverate una carente organizzazione del lavoro, strumenti inadeguati, formazione insufficiente, assenza di flessibilità e spazio per l’innovazione e l’imprenditorialità personale, e poi la sensazione di non vedere riconosciuti e valorizzati i propri talenti e il proprio impegno, la propria professionalità.

Il pubblico impiego nel nostro Paese è spesso etichettato come fonte di inefficienza, corruzione, ricettacolo di fannulloni e opportunisti. Dopo la pandemia in particolare, dopo avere lavorato con impegno e dedizione, garantendo responsabilmente al Paese una continuità di servizi, spesso in condizioni difficilissime e nonostante endemiche carenze di risorse, i lavoratori pubblici si sono sentiti denigrati, etichettati come privilegiati e fannulloni, anche da coloro che avrebbero dovuto rappresentarli, difenderli, impegnarsi per una loro crescita economica e sociale.

La gestione dello Smart Working da parte dell’ultimo governo è stata tra le principali fonti di malessere. Spinti a lavorare da remoto, molti lavoratori durante la pandemia hanno sperimentato un nuovo modo di lavorare che ha aperto loro gli occhi. Hanno scoperto che molte delle routine a cui da sempre si sottoponevano, convinti che fossero l’unico modo di “essere al lavoro”, non avevano in realtà senso. Hanno scoperto che le code nel traffico, le lunghe riunioni in presenza, le estenuanti trasferte, gli orari cadenzati, gli uffici rumorosi, le liturgie del controllo e della burocrazia, sono spesso convenzioni o strumenti di mantenimento di privilegi, ma non generano davvero valore.

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